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Ancora su “Adolescence” e il mondo degli adulti

1 Aprile 2025
di Letizia Paolozzi

Abbracciano molto, anzi, moltissimo delle nostre relazioni, le quattro puntate su Netflix della serie “Adolescence”. Gli attori tutti bravi: si distingue Stephen Graham, il padre, anche sceneggiatore assieme a Jack Thorne e Owen Cooper, il figlio, Jamie, tredicenne accusato (ma ripreso dalle telecamere) di aver ucciso a coltellate la coetanea, Katie Leonard (per Jamie “lei era una bulla di merda”).
Nessun campo e controcampo, solo piani sequenza che ti fanno restare appiccicata ai protagonisti e ai particolari della storia: il figlio del poliziotto che deve spiegare al padre la bolla in cui vivono oggi gli adolescenti; la psicoanalista e il panino ripieno di sottaceti; la sorella del ragazzino, unico riparo per un padre e una madre travolti dall’impensabile, e l’orsacchiotto di Jamie.
Gli adulti sono pronti a infilarsi nel mondo misterioso, incomunicabile dell’adolescenza. Non capiscono quel mondo ma proprio perché respinti, vogliono entrarci. Hanno le loro sicurezze: “Stava nella sua cameretta, era al sicuro, no?” chiede il padre di Jamie.
Invece no, Jamie, tredicenne “redpillato”, non è al sicuro. Ha preso la pillola rossa e se ricordate la trilogia cinematografica Matrix capirete che scegliere la pillola rossa significa un viaggio nella conoscenza dolorosa della società, una reazione sanguinante all’ostilità del sesso femminile. Con la pillola blu rimani nell’ignoranza.
Jamie, risvegliato alla realtà, si considera brutto, niente affatto popolare e questo lo umilia, lo frustra: un “incel” (un maschio condannato a essere “celibe involontario”) per colpa del femminismo, di quel movimento che ha ribaltato i rapporti di potere e ha strappato le donne alla legge del padre e al dominio maschile.
Secondo i redpilled e gli “incel” le relazioni tra i sessi si basano su tre valutazioni: estetica, status e ricchezza. Dunque, funziona “la legge 80/20”: l’80 % delle donne sono attratte solo da quel 20 % di maschi che possiede estetica, status e ricchezza. Meschini, gli altri, sono una popolazione rabbiosa che si aggira nella “manosfera”, pozzo di misoginia e di suprematismo.
La serie ha avuto un numero di articoli incredibile: sui giornali, su Instagram, su facebook. velocemente, è diventato un caso. Tra i pezzi illuminanti che ho letto “Misoginia diffusa e Modern Gender Gap” di Silvia Grasso (su Roba da femmine Libreria delle donne di Milano 26 marzo 2025) e “Quanto siamo fragili” di Annalena Benini (sul Il Foglio sabato 29 e domenica 30 marzo 2025).
Il primo ministro inglese Keir Starmer ha deciso di mostrare “Adolescence” agli studenti delle scuole medie e superiori.
Una serie che mostra la paura dei grandi di fronte agli adolescenti; la separazione tra loro e noi; il potere inaccessibile e pervasivo del web con il suo linguaggio in codice, gli acronimi e le abbreviazioni; il ricatto del cyberbullismo. Soprattutto, in “Adolescence” è in gioco il rapporto tra i sessi, come i maschi se li immaginano, come li desiderano, come intendono restaurarli attraverso la mascolinità tossica e delle retoriche aggressive.
D’altronde, siamo nel tempo della brutalità. Di una brutalità che segna il contesto attuale con l’insurrezione di Capitol Hill; il pogrom del 7 ottobre, e quel che ne è seguito, fino alla foto di decine di venezuelani tatuati (seminudi, forse appartenenti a una gang oppure considerati “pericolosi”) dietro le sbarre di una gabbia salvadorena e Kristi Noem (la “Deportation Barbie” ha scritto un libro nel quale racconta l’uccisione di un giovane cane di famiglia, poco remissivo), segretaria della Sicurezza interna di Trump, davanti a loro con il suo prezioso Rolex .
La serie si spinge addirittura più in là. Il ragazzino non conosce il confine tra vita e morte. Sa solo armarsi di un coltello. Anche i suoi coetanei, che scendono nelle stazioni della metropolitana, che si fermano davanti ai fast food, ai locali notturni, che si strusciano nei luoghi della movida, portano quest’arma che non è difficile procurarsi. E la tirano fuori per una parola di troppo, una scarpa calpestata, un rifiuto, uno sguardo ostinato, un’esplosione di furore.
Qui, della vittima, Katie, non sappiamo quasi niente se non che, a forza di emoticon, di faccine per “lo sfigato”, ne ha scatenato l’ira. Jamie, trasformato dall’opinione pubblica in un mostro, non ammetterà fino alla fine la sua colpa eppure rassicura il padre, ne cerca il consenso.
Ma i gesti del padre sono, insieme, deboli e violenti. Tenta di lavare con acqua e sapone una scritta (“nonce” ovvero molestatore sessuale) in vernice sul camioncino; se la prende con una bicicletta lanciandola lontano. Un maschio in guerra con la storia della sua mascolinità.
E allora, e in generale, come cambiare questa situazione? Come può il sesso maschile uscire da un regime soffocante che lo blocca, lo spinge all’indietro e impedisce a tutte noi la trasformazione?
Sempre più gruppi di uomini provano a abbandonare il piano dell’oggettività e a uscire da relazioni formali, guardandosi dentro, muovendosi con la pratica che il femminismo ha chiamato autocoscienza. “Un pensiero e una parola spinti fin dentro le acque insondate della persona, ai confini tra inconscio e coscienza, tanto da portare allo scoperto vissuti che sfuggono alle costruzioni teoriche e al discorso politico tradizionalmente inteso, o che restano ” (Lea Melandri su Comune-info.net 24v marzo 2025). Forse sono pochi e spesso, troppo presi narcisisticamente da questa inattesa scoperta: ma anche le donne, le femministe, iniziarono dai piccoli gruppi.
E di strada ne hanno percorsa tanta.

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